Thursday, 1 May 2014

El Salvador-Honduras: 100 ore di guerra pallonara

Per le qualificazioni mondiali del 1970 in Mexico si incontrano due paesi confinanti dell'America centrale con un'accesa rivalità calcistica: El Salvador da una parte, nazione più piccola con una popolazione doppiamente numerosa e con almeno 350 mila salvadoregni emigrati illegalmente in Honduras, cercando terra e opportunità di lavoro, e l'Honduras dall'altra.

Nei primi anni sessanta il governo honduregno trovandosi in crisi iniziò ad incolpare gli immigrati salvadoregni del deterioramento economico, politico del paese e nella ridistribuzione della terra.

Con la tensione che cresceva tra i due paesi, le due squadre nazionali, dopo aver vinto i loro rispettivi gironi, erano state sorteggiate per le semifinali nella fase delle qualificazioni mondiali.

La prima partita di andata si giocò all'inizio di giugno 1969 a Tegucigalpa, la capitale dell'Honduras. I Salvadoregni furono vittime di una vera e propria guerra psicologica. I fan locali si riunivano al di fuori dell'hotel della squadra a tirar sassi, suonare i clacson delle auto, cantando, fischiando e gridando tutta la notte. Funzionò, l'Honduras vinse 1-0 con un goal di Roberto Cardona all'ultimo minuto. 

Fu uno shock troppo forte, tanto che la diciottenne Amelia Bolanos prese la pistola del padre e si sparò al cuore. Il suo funerale fu trasmesso dalle televisioni nazionali salvadoregne con il presidente ed i suoi ministri che seguirono la processione insieme alla nazionale che tornò dall'Honduras quella mattina.

La settimana dopo, in El Salvador,  la nazionale honduregna ebbe una notte ancor peggiore. In questa occasione la popolazione locale sfondò le finestre dell'hotel lanciando uova marce e ratti morti. L'Honduras fu scortata allo stadio con macchine blindate, proteggendola lungo il tragitto per lo stadio dalla folla rabbiosa che impugnava la foto della Bolanos. Tre persone morirono negli scontri prima della partita. I militari armati circondarono lo stadio è si disposero anche a bordo campo per garantire una sicurezza. Fu anche bruciata la bandiera dell'Honduras di fronte al pubblico inferocito che vide la nazionale di casa vincere 3-0. 

I giocatori honduregni grazie alla sconfitta scamparono da un possibile, quanto reale, attacco dal pubblico. Sfortunati furono invece i propri supporter che furono linciati dai salvadoregni rabbiosi.
 Dozzine finirono in ospedale. Due fan persero la vita. Dopo questo fatto i confini tra i due paesi vennero chiusi. 

Concludendo i due match con una vittoria a testa di dovette giocare un terzo match in campo neutro. In quell'epoca non si teneva conto dei goal di scarto. La terza partita si giocò il 26 giugno 1969 a Città del Mexico . El Salvador vinse 3-2 dopo i tempi supplementari e qualificandosi per le fasi finali del mondiale messicano.


Diciotto giorni dopo, con la tensione ancora alta dopo gli scontri nel campo, le truppe militari del El Salvador invasero l'Honduras mentre un aereo passeggeri salvadoregno riempito di bombe colpiva target honduregni.
Ironicamente gli honduregni risposero con i propri aeri bombardando nel proprio territorio gli immigrati salvadoregni che vivevano nello stadio nel proprio paese. 
La guerra durò 100 ore e 2 mila persone furono uccise e lasciò un centinaio di migliaia di persone senza dimora.

Tornando al calcio giocato, il mondiale del 1970 si concluse per El Salvador in modo inglorioso perdendo tutte e tre le partite e non riuscendo a segnare nemmeno la rete per la bandiera in memoria delle vittime della guerra e di Amelia Bolanos, romantica tifosa, amante del pallone.

Saturday, 1 March 2014

Vassilis Hatzipanagis: dalla Russia con amore

Seduti a tavola tra vecchi amanti calciofili ci avventurammo in uno sproloquio iperbolico sui veri grandi del mondo pallonaro: Pelé, Di Stefano, Maradona, Ronaldo ma Mauros Tsimionatos, carissimo amico, se ne uscì con il nome di Vassilis Hatzipanagis.


Vassilis nacque da rifugiati politici greci a Tashkent, in Uzbekistan nel 1954 ed iniziò la sua carriera calcistica con Pakhtakor di Tashkent ed assunse la cittadinanza sovietica per giocare in quello che i comunisti chiamavano campionato amatoriale.

Vassilis giocò 96 partite per Pakhtakor prima dei 20 anni ed attirò l'attenzione degli osservatori delle rappresentative nazionali; vestì tutte le maglie delle giovanili per l'URSS giocando al fianco del grande Oleg Blokhin nella squadra maggiore, segnando nel suo debutto nella qualificazione olimpica.

Le cose iniziarono ad  andare male quando  la situazione politica in Grecia cambiò drasticamente con il rovesciamento della giunta militare e il ritorno alle elezioni democratiche nel 1974, molte decine di migliaia di greci esuli ritornarono a casa. La famiglia di Hatzipanagis decise di ritornare con la benedizione dell'URSS. Un agente di Mosca organizzò il contratto per Vassilis con Iraklis Thessaloniki , una squadra di secondo livello in quello che i russi consideravano come un campionato di seconda classe. Il difetto contrattuale che condizionò inesorabilmente la carriera del giovane fu la durata del contratto di 10 anni, mossa studiata dall’agente russo per far pagare lo sgarro del ragazzo di aver rinunciato alla cittadinaza russa per quella greca e, inoltre, per evitare alle squadre sovietiche di trovarlo a vestire una maglia di una diretta concorrente nelle competizioni europee.

Nonostante le grandi richieste da parte delle più blasonate squadre europee tra cui Arsenale, Lazio, Porto, Stoccarda, l’Iraklis rifiutò sempre di negoziare . Hatzipanagis stava riempiendo le tribune e le folle impazzite per il fenomeno di casa non avrebbero perdonato la dirigenza per una sua possibile cessione. Vassilis, pur essendo vincente in tribunale per la rescissione del suo contratto, non ebbe la possibilità di lasciare la Grecia a causa d'irregolarità della giustizia greca.

Anche se il suo desiderio era di poter giocare in un campionato più importante non smise mai di dare tutto per la sua squadra. Nei suoi  15 anni all’Iraklis diventò il più grande di sempre come Maradona fu per Napoli.
L'altra grande tristezza nella sua storia fu la sua carriera internazionale. Giocò per la Grecia solo in un’amichevole poco dopo il suo arrivo e stupí le platee come al solito, ma la FIFA decise che era ineleggibile per poter giocare con la squadra nazionale greca a causa delle sue precedenti quattro partite per la squadra olimpica dell'URSS. Purtroppo i greci, causa mix di apatia e di impotenza non hanno mai cercato di ribaltare la sentenza ed al mondo calciofilo fu negato di vedere uno dei più grandi talenti di tutti i tempi in una cornice internazionale.

La prossima volta che qualcuno cerca di imbambolarvi con le solite storie di chi é il piú forte di sempre nel bar sotto casa ricordate loro che per tutti i capelli lisci che puó avere Lionel Messi non potrá mai competere con la chioma riccioluta di Vassilis Hatzipanagis.

La storia di Vassilis è probabilmente la più grande storia del calcio moderno, offuscata dalle macchinazioni della politica.  

Tuesday, 1 October 2013

Coppa Intercontinentale 1969: Estudiantes-Milan una finale epica



La Coppa Intercontinentale 1969 è stata la decima edizione del trofeo riservato alle squadre vincitrici della Coppa dei Campioni e della Coppa Libertadores. Fu il primo trofeo vinto dal Milan, alla seconda partecipazione, e il terzo per una squadra italiana ed é ricordata come una delle più violente partite della storia del calcio che coinvolse sfortunatamente la squadra rossonera e in particolar modo il giocatore franco-argentino Nestor Combin (vedi foto).

L'andata si giocó a San Siro l'8 ottobre ed il dominio rossonero era stato totale. Combin, insieme a Sormani, fu l'autore delle marcature che diedero al Milan la vittoria contro gli argentini dell'Estudiantes per 3-0.

Il ritorno fu il 22 Ottobre 1969. L'Estudiantes era la squadra di una piccola città che arrivó a dominare il calcio sudamericano. C'erano buoni giocatori, tra i quali Carlos Bilardo, futuro Ct dell'Argentina mondiale, e Juan Ramon Veron, il padre di Sebastian e gli altri erano dei veri picchiatori. Pur essendo la squadra argentina di La Plata, non volle giocare nel grande e dispersivo stadio Monumental del River Plate ma decise di giocare il ritorno alla Bombonera, stadio del Boca Juniors. La partita fu una selvaggia caccia all'uomo, i giocatori rossoneri fin dal loro ingresso in campo ricevettero addosso del caffè bollente; durante le foto di rito vennero presi a pallonate dai giocatori avversari, la partita ed il dopo partita si trasformarono in un'autentica battaglia. Combin a fine dell'incontro uscì dal campo con naso e zigomo fratturato, altri giocatori del Milan si lamentarono poi di aver ricevuto altri colpi proibiti dagli avversari. Il ritorno, dopo il gol di Gianni Rivera nel primo tempo, si concluse 2-1 per gli argentini ma la coppa la conquistarono i rossoneri. Combin venne prelevato dalla polizia argentina negli spogliatoi e condotto in questura per diserzione; Nestor in Argentina era considerato un traditore per aver scelto la nazionalità francese e tra le altre cose era anche considerato un disertore per non aver prestato servizio militare. Fu rilasciato 12 ore più tardi dopo aver dimostrato di aver regolarmente svolto il servizio militare in Francia. Rocco e i compagni si rifiutarono di partire sino all'arrivo dell'attaccante.

Diversi giocatori della squadra argentina vennero denunciati all'autorità sportiva e subirono pesanti squalifiche: il portiere Poletti, considerato uno dei più violenti, fu radiato dalla federcalcio argentina (successivamente la radiazione fu revocata) mentre Aguirre Suárez e Manera furono squalificati il primo per 30 partite di campionato e 5 anni di attività internazionale e il secondo per 20 giornate e 3 anni. I tre furono anche arrestati e scontarono 30 giorni di reclusione.

L'intimidazione ambientale, l'acquiescenza arbitrale, la mancanza di ogni sicurezza furono tali che la Coppa di fatto morì lì, negli anni seguenti le squadre europee rifiutarono di giocare in quel clima, favorito anche dal fatto che questo titolo non era riconosciuto ufficialmente dalla Fifa. La salvarono i giapponesi negli anni Ottanta.

Per il Milan fu la prima vittoria, per la seconda avrebbe aspettato vent'anni, in quella che ormai era la Coppa Toyota.


Sunday, 1 September 2013

I trasferimenti più costosi nella storia del calcio: Non ci sono limiti all'immaginazione

  • 1905: Alf Common, Sunderland al Middlesbrough, £1.000
  • 1922: Syd Puddefoot, West Ham United al Falkirk, £5.000
  • 1922: Warney Cresswell, South Shields al Sunderland, £5.500
  • 1928: David Jack, Bolton Wanderers all'Arsenal, £10.890
  • 1932: Bernade Ferreyra, Tigre al River Plate, £23.000
  • 1952: Hans Jeppson, Atalanta al Napoli, £52.000
  • 1954: Juan Schiaffino, Penarol all'AC Milan, £72.000
  • 1957: Omar Sivori, River Plare alla Juventus, £93.000
  • 1961: Luis Suarez, Barcelona all'Internazionale, £152.000
  • 1963: Angelo Sormani, Mantova alla Roma, £250.000
  • 1968: Pietro Anastasi, Varese alla Juventus, £500.000
  • 1973: Johan Cruyff: Ajax al Barcelona, £922.000
  • 1975: Giuseppe Savoldi, Bologna al Napoli, £1.2m
  • 1976: Paolo Rossi, Juventus al Vicenza, £1.75m
  • 1982: Diego Armando Maradona, Boca Juniors al Barcelona, £3m
  • 1984: Diego Armando Maradona, Barcelona al Napoli, £5m
  • 1987: Ruud Gullit, PSV Eindhoven all'AC Milan, £6m
  • 1990: Roberto Baggio, Fiorentina alla Juventus, £8m
  • 1992: Jean-Pierre Papin, Olympic Marsiglia all'AC Milan, £10m
  • 1992: Gianluca Vialli, Sampdoria alla Juventus, £12m
  • 1992: Gianluigi Lentini, Torino all'AC Milan, £13m
  • 1996: Alan Shearer, Blackburn Rovers al Newcastle United, £15m
  • 1997: Ronaldo, Barcelona all'Internazionale, £19.5m
  • 1998: Denilson, San Paolo al Real Betis, £21.5m
  • 1999: Cristian Vieri, Lazio all'Internazionale, £32m
  • 2000: hernan Crespo, Parma alla Lazio, £35.5m
  • 2000: Luis Figo, Barcelona al Real Madrid, £37m
  • 2001: Zinedine Zidane, Juventus al Real Madrid, £45.6m
  • 2009: Kaka, AC Milan al Real Madrid, £56m
  • 2009: Cristiano Ronaldo, Manchester United al Real Madrid, £80m
  • 2013: Gareth Bale, Tottenham Hotspurs al Real Madrid, £85.3m


Monday, 1 July 2013

Nova Gorica e Fc Koper: calcio transfrontaliero

Il calcio è sempre più un fattore importante nell'economia di un paese emergente in cui si intrecciano rapporti transfrontalieri e portano i capitali di squadre più blasonate a livello calcistico europeo ad investire in realtà più piccole e meno conosciute.

Il caso del Nova Goric (in cui sembrano lontani i tempi delle vittorie dei campionati o delle partite di Europa League contro la Roma o dei preliminari di Champions contro il Monaco) o del Fc Koper sono degli esempi lampanti.

Il ND Gorica, dopo un sesto posto nello scorso campionato, ha perso il suo sponsor storico Hit a causa della crisi economica che ha aggredito l’economia e il mondo pallonaro della Slovenia. Oggi il Nd Gorica è più italiano. È notizia di questo ultimo mese che la societá bianco-azzurra è stata acquistata dal Parma.
È ambizioso il progetto di Tommaso Gherardi e non potrebbe essere altrimenti per una società che ha fatto e continua a fare la storia del calcio italiano. La società del Nd Gorica fu fondata, dopo la seconda guerra mondiale, nel lontano 1947 quando la città di Gorizia fu divisa per più di mezzo secolo dalla costruzione del muro. La squadra di calcio del Gorica si trova appena al di là del valico del San Gabriele, vicino alla stazione transalpina a due passi dal centro storico di Gorizia italiana.

Si parla di un progetto di collaborazione e sviluppo, in cui il controllo e la gestione del Parma sulla società di Nova Gorica sarebbero sia sotto l'aspetto economico  sia sotto il profilo tecnico. L’idea originale di Leonardi è stata quella di trovare una collaborazione tecnica con il club sloveno che ha dato la disponibilità ad avviare un progetto per rilanciare il proprio prestigio valorizzando i giovani per cercare di stoppare l’egemonia del Maribor che dura ormai da quattro anni. Il progetto è stato strutturato in maniera articolata in modo da portare vantaggi per entrambe la parti. Ma Tommaso Ghirardi in cambio della disponibilità economica ha chiesto e ottenuto il controllo finanziario e tecnico del Nd Gorica. dalla prossima stagione il club sloveno sarà allenato da Luigi Apolloni dopo una vita passata proprio con la maglia bianco-scudata nel ruolo di difensore. Esce dunque dal mercato allenatori italiano (niente Ascoli per lui).  Apolloni sulla panchina del Gorica si attornierà di uno staff di fiducia in gran parte made in Italy ed il resto dello staff  verrà completato con nomi proposti anche dal Nova Gorica stesso in perfetta sinergia.

L'obiettivo degli emiliani è chiaro, trovare una squadra satellite di livello competitivo, dove far crescere giovani interessanti da riportare poi in Serie A. Così, il Parma in Slovenia troverebbe terreno fertile per far maturare stranieri e ragazzi già nell'orbita della prima squadra. Per quanto riguarda i calciatori, se da un lato verranno messi in luce i giovani più interessanti del Nova Gorica, dall’altro si cercherà di valorizzare maggiormente alcuni talenti emiliani ai margini della prima squadra. Voci insistenti affermano  che almeno una decina di elementi del Parma potrebbero seguire Apolloni in Slovenia e tra questi ci sarebbe anche il nuovo acquisto Terry Antonis, diciannovenne australiano del Sidney Fc, in procinto di arrivare a Parma consigliato nientemeno che da Alessandro Del Piero. E in tema di bianconeri, tra i giovani gialloblù pronti a sbocciare in Slovenia, ci potrebbe essere anche quel Filippo Boniperti, nipote di Giampiero. Tra gli altri potrebbero esserci per la difesa Pavol Bajza (22) terzo portiere che ha esordito in A all’ultima di campionato contro il Palermo, Alvaro Ampuero (21) terzino sinistro, Emilio MacEachen (21) centrale difensivo uruguaiano. In mezzo al campo potrebbe essere data una chance da titolare a Raman Chibsah (20) che benissimo ha fatto a Sassuolo mentre in avanti potrebbe toccare  ad Arteaga (19) che il Parma avrebbe intenzione di riscattare dallo Zulia.

C’e’ chi sostiene che alle spalle del progetto ci sia anche l'interessamento dei proprietari dell'Anzhi, la squadra russa che ha fatto parlare di sé nelle scorse stagioni per l'acquisto multimilionario del fuoriclasse camerunense Eto'o. Ma questo e' solo fantacalcio.

Quel che è certo è che le ambizioni del nuovo Nd Gorica, nel medio termine, non si limitano a migliorare il sesto posto dell'ultimo campionato. La nuova avventura dei biancoazzurri italo-sloveni è già pronta ad iniziare, dato che  il campionato sloveno contrariamente a quello italiano, vive di due fasi, un po’ come quello argentino, la prima delle quali inizierà a metà luglio e finirà a metà dicembre. Per questo motivo il Nova Gorica si e' ritrovato a Collecchio il 15 di giugno ed ha iniziato la preparazione. La stagione consentirebbe inoltre al Parma di valutare il rientro in Gennaio di eventuali giocatori che ben si siano comportati nella prima parte di stagione slovena.


Anche l’Udinese ha effettuato un’operazione di questo tipo, ma la notizia fa meno scalpore sia perché i friulani non sono nuovi a questo genere di cose, vedi Granada e Watford, sia perché la società satellite numero tre di Pozzo si trova a poche centinaia di chilometri da Udine. Stiamo parlando della squadra di Capodistria, quarto nello scorso campionato, e già in qualche modo orbita dell’Udinese: l’allenatore è Rodolfo Vanoli, ex tecnico della Primavera friulana, in squadra poi ci sono due giocatori italiani che passarono da Udine Daniel Bradaschia e Andrea Migliorini. Si espande il patron Pozzo che non solo accumula club di calcio ma riesce anche ad ottenere buoni risultati oltre all’Udinese qualificato per la prossima Europa League, il Granada si è salvato in Liga con un super finale di stagione (4 vittorie nelle ultime 6) e il Watford è arrivato fino alla finale play-off di Championship persa con il Crystal Palace.

E chissà che a breve a Nova Gorica e a Capodistria, a due passi dall'Italia, non possa passare una fetta del calcio che conta.

Saturday, 1 June 2013

Gossip sul mondo pallonaro vol.3

  • Durante l'infortunio di Iaquinta al menisco i medici juventini avevano riscontrato nel sangue anche tracce di cocaina ed è per questo che l'hanno tenuto misteriosamente fuori per molto tempo, per far sí che si riabilitasse e che non ci fossero rischi con l'antidoping.
  • Vincenzo Iaquinta tira una bestemmia ogni mezza azione che compie in campo e puntualmente viene inquadrato
  • Thiago Motta fu ceduto dal Barcellona all'Atletico di Madrid perche' trovato dai medici del club catalano positivo alla cocaina. Il Barcellona e' famoso nel liberarsi da giocatori cocainomani senza rischiare di perdere il loro iniziale investimento come Maradona ceduto al Napoli, il fenomeno Ronaldo ceduto all'Inter e Ronaldinho ceduto al Milan.
  • Nel calcio e' pieno di bisex, ci sono piu' attivi che passivi. In Italia nessun calciatore ammettera' mai di essere gay, ci sono troppi condizionamenti sociali. a molti di loro piace fare sesso in gruppo con compagni di altre squadre, alcuni sono nazionali. Fanno sesso per il puro piacere di farlo e non c'e' seguito tutto a una sera.
  • A Parma nella stagione 2000-2001 lo staff medico faceva una flebo prima delle partite ai suoi calciatori. I medici dicevano che era un composto di vitamine, ma prima di entrare in campo Almeyda, dichiara nella sua biografia, era capace di saltare fino al soffitto
  • Per tutta la carriera Almeyda ha fumato dieci sigarette al giorno. Anche l’alcol è stato un problema. Bruciava tutto negli allenamenti, ma viveva al limite. Una volta in Argentina aveva bevuto cinque litri di vino e fini in una specie di coma etilico. Per smaltire, corse per cinque chilometri, finché vide il sole che girava. Un dottore gli fece 5 ore di flebo. Sarebbe stato uno scandalo, all’epoca giocava nell’Inter. Quando si sveglio’ e vide tutta la sua famiglia intorno al letto, penso’ che fosse il suo funerale
  • Alla Lazio Almeyda era tra i più bassi, quindi allesti una palestra a casa per rinforzarsi, tirava anche di boxe. 
  • Almeyda si fece tatuare l’indio sul braccio: la sua bisnonna lo era. Andava all’allenamento con i jeans a pezzi, a volte senza maglietta, con una striscia a legare i capelli lunghissimi: pensava che fosse proprio un indio. Una giorno si era vestito come un gaucho
  • Una volta al Parma ha lasciato lo stadio nel baule della macchina dei miei suoceri. C’erano una ventina di ultrà che lo aspettavano per un gestaccio che aveva fatto. In realtà era stato solo uno sguardo di sfida, dopo che li avevano urlato qualcosa. Aveva fatto amicizia con un gruppo di rugbisti argentini, che per la gara successiva lo accompagnarono al Tardini. Un ultrà grande e grosso lo fermo’ con la pancia: "Devi chiedere scusa ai tifosi". "Non chiederò scusa per qualcosa che non ho fatto",  rispose sapendo che i suoi amici erano pronti a intervenire.
  • Almeyda dopo che aveva litigato con Stefano Tanzi, venne fermato dalla polizia e gli sequestro’ la macchina. Giorni dopo, la macchina nuova era sparita dal garage. A Milosevic, lui pure in conflitto con la società e con un contratto alto come il suo, capitava lo stesso. Un giorno sua moglie torno’ a casa e senti’ delle voci all’interno. Chiamo’ la polizia. A casa non mancava niente. Ma c’era una manata sulla parete, fatta con olio di macchina. Un messaggio mafioso. Sua moglie ebbe un parto prematuro. Dopo il Mondiale ’02 non torno’ piu’ a Parma.
  • Daniele Adani è l’anima gemella di Almeyda. Si conobbero quando l’indio iniziava a stancarsi dal sistema. Lo considera il fratello che gli ha dato la vita. si dice che fossero amanti
  • Sul finire del campionato 2000-01, alcuni compagni del Parma avevano detto che i giocatori della Roma volevano vincere la partita senza inutili sforzi, che siccome i gialloblu non giocavano per nessun obiettivo era giusto far vincere i giallorossi. L'indio disse di no, Sensini, lo stesso. La maggioranza rispose così. Ma in campo alcuni non correvano come sempre. Allora Almeyda chiese la sostituzione e se ne ando' negli spogliatoi. Soldi? Non si sa. Loro lo definivano un favore
  • Nel 2006 Georgatos lanciò un’accusa pesante al club nerazzurro: giravano strane sostanze nello spogliatoio dell’Inter. Aveva visto giocatori prendere pillole e fare iniezioni, c’erano gruppi di persone che rifornivano i giocatori. 
  • Almeyda ha affermato nella sua biografia che Davids era l’avversario che gli piaceva di più. Si scontravano sempre. Una guerra. Una volta in un’intervista espose il suo modo di pensare. Prima della gara successiva Davids gli venne incontro. Penso’ che era arrivato il momento di fare a pugni, invece lui gli strinse la mano e gli disse: "Bravo, la penso esattamente come te".
  • La depressione di Almeyda inizio’ a Milano. Due infortuni, troppo tempo senza giocare. Pensava e pensava. Un giorno non sentiva più la mano, poi aveva perso la sensibilità nella metà del corpo. All’Inter c’era una psicologa. Gli diagnosticò attacchi di panico e prescritto una cura, ma non le aveva dato retta. aveva capito che doveva fare qualcosa quando sua figlia lo aveva disegnato come un leone triste e stanco. Da allora tutti i giorni prende antidepressivi e ansiolitici. Le chiama le pillole della bontà, lo fanno essere più buono
  • Buffon soffri' di depressione e ne e' uscito da numero uno anceh se a volte ha delle piccole ricadute  
  • Emmanuel Petit dal 1997 al 2000 passo’ all’Arsenal. Tre anni non solo di calcio, ma caratterizzati da eccessi di ogni tipo, fra cocaina e sesso con ragazze compiacenti
  • Petit avrebbe scoperto il lato marcio della vita notturna, fatto di party privati e club per scambisti, subito dopo la conquista del titolo mondiale con la Francia nel 1998  e a quella europea del 2000. Nel primo caso, racconta di una serata di fine anno su uno yacht di un ricco arabo pieno di prostitute portate per i giocatori, di top model e cocaina per tutti in cui le ragazze venivano umiliate in ogni modo possibile. Dopo la finale vinta ai supplementari contro l'Italia a Rotterdam, invece, racconta di una sfida all'ultima goccia di alcool tra Fabien Barthez e i due fratelli canadesi dell'allora compagna del portiere, Linda Evangelista. Fabien cadde in coma etilico in una delle toilette dell'hotel. Chiamarono il dottor Ferret che gli fece un'iniezione di sali minerali
  • Emmanuel spesso andava in lussuosissimi appartamenti di cui non conosceva i proprietari ma loro riconoscevano lui e gli facevano trovare di tutto.
  • Un andazzo che il centrocampista si è portato anche Oltremanica, durante il ritiro con l’Arsenal al Sopwell House Hotel di St.Albans, nell’Hertshire c’era una ragazza molto carina che veniva tutti i giorni agli allenamenti e una volta fece sesso con lei nella sala biliardo. La mattina dopo, il direttore dell’albergo e l’intero staff lo accolsero con un applauso, spiegandogli che la stanza aveva delle telecamere e che avevano visto tutta la mia performance, ma rassicurandogli anche che, essendo tifosi dei Gunners, non avrebbero fatto alcun uso di quelle immagini.
  • "Zidane? Io e lui – ha detto Emmanuel tornando sulle frequentazioni comuni con indosso la maglia della nazionale transalpina -, non abbiamo niente da dirci. Non si può pretendere di aiutare quelli che hanno bisogno servendo la causa dei grandi che fanno utili record senza redistribuirli"
  • Ancora su Zidane: «Lui ha un'aura mediatica di intoccabile» e «il migliore esempio è la sua espulsione nella finale della coppa del Mondo 2006. Per me tutti e due erano colpevoli. Il provocatore (ovviamente si parla di Materazzi) e quello che reagisce. Quando ho sentito il presidente della Repubblica dire a Zidane: “La Francia la perdona”, non ho saputo più che pensare.
  • Jean-Pierre Paclet, medico della nazionale francese per 15 anni, ha aspettato 12 anni per confessare che Zinedine Zidane e Didier Deschamps, protagonista e capitano della Francia vittoriosa al Mondiale giocato in patria, avevano un alto tasso di ematocrito nel sangue. Dopati insomma. Più che un' accusa, una testimonianza perché le analisi del sangue rivelarono anomalie su diversi giocatori francesi prima della Coppa del Mondo 1998, in particolare quelli che giocavano nel campionato italiano
  • Zlatan fece un provino per il Verona venendo scartato e fu contattato dall’Arsenal di Wenger che voleva vederlo con i suoi occhi. Aveva 16 anni e gli chiese di sostenere un allenamento con la prima squadra, ma Zlatan si rifiutò, dicendo che lui non faceva provini.
  • Dopo una serie di incomprensioni, lo sfogo e l'aggressione verbale di Ibra nei confronti di Guardiola arrivo’ negli spogliatoi del Madrigal, dopo un Villarreal-Barcellona, gara arrivata poco dopo l'eliminazione in Champions League subita contro l'Inter di Mourinho. Lasciato in panchina per l'ennesima volta, Ibrahimovic è esploso gridando di tutto a Guardiola, 'non hai le palle' 'ti caghi addosso davanti a Mourinho, puoi andartene all'inferno'. Era completamente folle, aveva perso il controllo
  • Ibrahimovic esplose quando Messi chiese e ottenne un cambio di ruolo, ovvero di giocare come "falso centravanti", rendendo ancora più complicato il suo inserimento tattico. Ibrahimovic descrive lo spogliatoio del Barcellona, sottolineandone il silenzio che regnava sovrano e descrive Messi, Xavi e Iniesta come studenti pronti sempre a obbedire e incapaci di protestare. Lui, tutto l'opposto dei tre, capì che con Guardiola sarebbe stata dura
  • Quando il tecnico gli disse che era vietato l'utilizzo di Ferrari e Porsche per recarsi all'allenamento, che bisognava usare le vetture che uno sponsor metteva a disposizione. Ibra brontolo’ dicendo a Pep che lui si sentiva una Ferrari e che il tecnico lo guidava come un'utilitaria
  • Ibrahimovic era arrivato al massimo della sopportazione con il suo ex allenatore Guardiola ed aveva  pensato a smettere e aveva anche chiesto consigli ai suoi vecchi amici del quartiere Rosengard di Malmoe, qualcuno si era proposto per andare in Spagna per spaccare le gambe al mister spagnolo
  • Ibrahimovic chiama in causa il suo procuratore, Mino Raiola, quando spiega il passaggio al Milan. Dopo l'acquisto di Villa da parte del Barcellona, era chiaro che avrebbe dovuto fare qualcosa per forzare la sua cessione e avevano deciso di dire che erano già d'accordo con il Real, così avevano ottenuto di andare al Milan. Il Barca temeva di vedere Ibra trionfare nel Real di Mourinho.
  • Per lo svedese la differenza tra lo "Special One" e Pep è sostanziale: "quando Mourinho entra in una stanza arriva la luce, con Guardiola si chiudono le persiane".
  • Ibrahimovic “Lo Zingaro” fu un bimbo maltrattato dalla famiglia, scisso in un'identità meticcia non solo per questioni di provenienza geografica (il padre Sefik, bosniaco, muratore, la madre Jurka, croata, donna delle pulizie), alle prese con una sorella tossica e un papà alcolista, cresciuto in un sobborgo svedese con gli assistenti sociali alle calcagna, e senza amore.
  • Ibra da ragazzino era balbuziente, magrissimo, basso e col naso enorme, bisognoso del logopedista per imparare a dire la esse. Ecco, nella ferita del non amato Ibra è impressa la matrice di tutto il resto: irriverente, non sopporta la disciplina, le lezioni morali, le regole, ovviamente non giustifica i furti di biciclette o le bravate ai 250 all'ora, le risse con i compagni e lo spaventoso egocentrismo non solo calcistico, ma qualcosa spiega. Non serve una laurea in psicologia per capire che  avrebbe cominciato a prendere a cazzotti la vita per essere qualcuno, per sentirsi qualcosa
  • Il parere di Zlatan su: Capello è glaciale, ma solo con lui si comincia a crescere. Guardiola è perbene, ma falso. Mourinho è un divo, ma pieno di passione, segue tutto dei suoi ragazzi, sa farsi amare perché ama. E Maxwell è un vero amico. E Beenhakker un pallone gonfiato. E Ronaldo il mito assoluto. E Van Basten un modello. E Mancini un fighetto di sostanza. E quella Juve, la più grande squadra del mondo, piena di uomini d'acciaio, altro che Calciopoli. Il "ciccione idiota, quel meraviglioso ciccione idiota" di Mino Raiola, il procuratore con l'aria di uno scappato da casa. Quello che va a trattare affari milionari in t-shirt e Nike sfondate, quello che teneva i conti in pizzeria, quello partito da Nocera Inferiore, periferia estrema, un po' come il sobborgo svedese di Rosengard, cioè il ghetto di Ibra, le sue radici: i due si sono piaciuti anche per questo, per una sporca faccenda d'identità condivisa. Poi, certo, Mino tira a fregare tutti e governa senza scrupoli le strategie di Ibra, complice e non solo procuratore. L'altro personaggio importante è Helena, la moglie manager, undici anni in più di Ibra e parecchio sale in zucca. Prima di innamorarsi e sposarlo lo ha accudito, lo ha protetto: i bambini non amati ne hanno bisogno. Ed è così, tra una coccola e un gol di tacco, che lentamente le ferite si rimarginano (scomparire, mai), insieme ai ricordi brutti con i quali scendere a patti: un padre non più perduto e lontano, due figli piccoli dentro una nuova vita, il segno remoto della meningite, l'immagine di un frigorifero sempre vuoto e vagonate di pasta con il ketchup, un paio di scarpette da calcio prese al supermarket. Questo è Ibra, questa la sua antipatica fragilità. Ma dal dolore è germogliata anche tanta bellezza.
  • Fabrizio Miccoli neo-acquisto del Lecce indagato per estorsione in auto cantava: "Quel fango di Falcone" e pensare che giocava le partite di beneficenza per le vittime di mafia

Wednesday, 1 May 2013

Jorge Washington Larrosa Caraballo: El Caballero


Nell'estate 1982, il Patron del Pisa, Romeo Anconetani,   per festeggiare il ritorno in Serie A del suo club, dopo un digiuno durato 15 anni, è alla ricerca di rinforzi. Dopo l’arrivo dell’allenatore Vinicio, del danese Berggreen  e dell’attaccante Ugolotti e alla ricerca della ciliegina sulla torta per la sua campagna acquisti, pertanto progetta l’acquisto di un talento da lanciare. 

Nell’organigramma societario nerazzurro era presente anche Adolfo Anconetani, figlio del Presidentissimo, vissuto sempre all’ombra della figura paterna. Il caso volle che in quei giorni il padre, impegnato in altre attività, si vide costretto ad affidargli questo importante incarico: partire per l’Uruguay allo scopo di ingaggiare un giocatore di spessore. Purtroppo Adolfo era uno sprovveduto che non aveva assolutamente la competenza calcistica del padre: infatti l’acquisto di Jorge Washington Larrosa Caraballo è l’unico della sua carriera da dirigente a lui riconducibile, per sua stessa ammissione. Adolfo, giunto in Uruguay, pare che venne a sapere dell’esistenza di una giovane promessa, per l’appunto Caraballo, addirittura su segnalazione di Schiaffino!  Jorge è un giovane centrocampista, cresciuto nel club del Central Español Fútbol Club della capitale uruguayana, dal 1978 al 1982 milito' al Danubio di Montevideo. L’affare fu presto concluso: il presunto campione sbarco’ quindi all’aeroporto di Pisa il 16 Luglio 1982, accolto da una marea di tifosi in festa. Sarà così che i destini dell’anonimo giocatore sudamericano e della squadra toscana si incroceranno inesorabilmente. Ci vuole poco perché gli applausi che accompagnarono il suo arrivo si trasformino in sfottò: “Caraballo, gioha bene nell’intervallo” sarà il sarcastico grido in dialetto pisano coniato dai tifosi nerazzurri, delusi dalle sue inquietanti prestazioni.

L’allenatore del Pisa, Vinicio, dall’alto della sua esperienza, si rese subito conto con chi aveva a che fare, e da subito lo confinò in panchina, concedendogli pochissime chance. L’episodio simbolo della sua disavventura italiana si racchiude nella partita di Coppa Italia Pisa-Bologna: mancano pochi minuti alla fine della gara, il risultato è inchiodato sullo 0-0 e l’arbitro ha appena concesso un calcio di rigore ai toscani. A quel punto Jorge, con una determinazione mai vista in lui, si avventa sulla palla, la stringe fra le mani con rabbia, e guarda la panchina in cerca di un cenno di assenso dell’allenatore, che, seppur controvoglia, approva. Ottenuta l’approvazione, si avvia verso l’area di rigore, deposita la palla sul dischetto e al fischio dell’arbitro parte con il tiro: la realizzazione è a dir poco impietosa, la sfera termina direttamente in Curva Sud. Inevitabili le risate dell’intero Stadio. Comunque, nonostante il disastroso acquisto, il Pisa riuscirà a cogliere il miglior piazzamento in campionato della sua storia, un dignitoso undicesimo posto: di certo non grazie a lui.

Pensate che ancora oggi il mito di Caraballo sopranonominato “El Caballero” è tuttora radicato nella realtà locale pisana: quando si vuole parlare di una persona poco  affidabile e da evitare, la si accosta al nome dell’uruguayano: “Caraballo, mejo perdello he trovallo”. Lasciato il Bel Paese, a causa del suo disastroso ambientamento alla realta’ sociale e calcistica italiana, se ne ando’ di tutta fretta durante una domenica in cui non fu convocato, dimenticando sul terrazzo di casa una gabbia con piccioni, galline e conigli. Da allora nessuno lo ha piu’ visto.

Una leggenda metropolitana racconta che oggi faccia il tassista a Montevideo: sono solo voci pero' ci possiamo anche credere. No?