Sunday, 1 March 2026

Daniel Matraszek: l’esperto che insegna ai portieri a volare… e tornare a terra con stile

Nel mondo del calcio ci sono gli attaccanti che segnano, i fantasisti che accendono gli stadi con una giocata, gli allenatori che finiscono sulle prime pagine delle riviste sportive… e poi ci sono loro: gli allenatori dei portieri. Una categoria a parte, difficile da incasellare, fatta di competenze che spaziano dalla biomeccanica alla psicologia, fino alla filosofia, perché con i portieri anche la logica spesso diventa relativa.

Tra questi c’è Daniel Matraszek, un nome che non nasce dal mito del grande portiere professionista, né da una carriera vissuta sotto i riflettori degli stadi pieni. No. Daniel viene da un’altra strada: più silenziosa, più concreta, più quotidiana.


Nato in Polonia pochi mesi prima della caduta del Muro di Berlino, cresce in una fase storica in cui il cambiamento non è una parola da convegno, ma una condizione permanente. Si trasferisce in Italia quando è ancora piccolo e diventa, a tutti gli effetti, italiano. Porta con sé un accento tra Latina e dintorni, segno di un’identità costruita tra più mondi, senza appartenere completamente a nessuno e, proprio per questo, capace di adattarsi a tutti.

A 18 anni lascia l’Italia e si trasferisce in Inghilterra. Lì non trova subito il calcio dei riflettori, ma quello più concreto: lavori umili, giornate lunghe e tanta osservazione del mondo che gli passa davanti. Come diceva Montanelli: “L’Italia è un paese di camerieri”. Una frase dura e provocatoria, ma che Daniel non ha mai letto come una condanna, bensì come uno stimolo a non restare fermo, a cercare altro e a costruirsi una strada diversa. Nel tempo libero gioca a Football Manager, chiacchiera di calcio e coltiva l’idea fissa che quel gioco non sia solo uno sport, ma un linguaggio.

Dopo un viaggio in Australia rientra a Londra e poi si sposta a Glasgow. Riprende a studiare, cambia contesto e si rimette in discussione. È in questo periodo che un amico, con la schiettezza tipica delle amicizie vere, lo sprona a rimettersi in carreggiata: lo sveglia una mattina presto per convincerlo a sostenere gli esami da allenatore dei portieri con la federazione scozzese.

Da lì inizia un percorso che lo porta a incrociare la figura di Scott Booth, allenatore scozzese con esperienza nel calcio professionistico, che lo porterà al Glasgow City FC, realtà di riferimento nel calcio femminile scozzese. In quel contesto vive stagioni importanti tra campionati e coppe nazionali vinte e percorsi europei in Champions League, fino a un quarto di finale contro il Barcellona, squadra che da lì a poco sarebbe diventata una potenza continentale. Parallelamente collabora e lavora con l’accademia nazionale scozzese dei portieri e con le nazionali giovanili della Scozia. Successivamente segue Scott a Birmingham FC e poi al Lewes FC, ambienti diversi ma accomunati da una stessa esigenza: costruire competenza in contesti dove il risultato conta, ma non è mai l’unica misura del lavoro.

Poi arriva la chiamata di Laura Kaminski. Il suo passaggio al Crystal Palace, in Championship, segna un altro step significativo. Qui vive un percorso intenso, tra promozioni, retrocessioni e continuità di lavoro, dimostrando una qualità che nel calcio pesa più di qualsiasi curriculum: la capacità di restare quando sarebbe più facile andarsene. Dopo qualche mese in Championship arriva poi la chiamata dalla Norvegia, al Brann con il sostegno di Laura Kaminski, che aveva riconosciuto in lui una caratteristica rara: la resilienza silenziosa, quella che non ha bisogno di proclami.

Ed è forse qui che il percorso di Matraszekk si chiarisce davvero. Non è mai stato una figura costruita sul mito del passato da giocatore. È uno di quelli che ha imparato guardando, ascoltando e soprattutto restando dentro i contesti anche quando erano scomodi.

Perché ha capito una cosa semplice ma decisiva: il portiere non è un ruolo da interpretare, è un equilibrio da gestire. C’è un paradosso che chi non ha mai lavorato con i portieri fatica a comprendere: puoi fare 89 minuti perfetti e risultare invisibile; puoi sbagliare un solo istante e diventare il tema della settimana.

È un mestiere che vive di episodi, ma pretende una stabilità mentale continua. Ed è qui che entra il tipo di lavoro di Matraszek: non cancellare questa realtà, ma insegnare a conviverci. Preferisce la ripetizione intelligente, quella che non stanca ma costruisce. E soprattutto non alimenta l’idea del portiere invincibile. Perché il portiere invincibile non esiste. Esiste chi sbaglia meno… e chi sa continuare dopo l’errore.


Nel calcio c’è sempre una discussione ricorrente: bisogna essere stati grandi portieri per allenare i portieri? Sul campo, questa domanda dura meno di un allenamento. Perché quando hai davanti un atleta che ha appena subito un gol pesante, non gli interessa il passato di chi gli parla. Gli interessa se quello che sente lo aiuta a restare dentro la partita. E Daniel si muove esattamente in questo spazio: dove conta la chiarezza, non il curriculum raccontato come mito.

Il calcio moderno ha cambiato tutto: il portiere costruisce, partecipa, anticipa, decide. Ma la parte che non cambia mai è la stessa da decenni: quando la palla arriva in area, il tempo si accorcia e la responsabilità diventa enorme. Matraszek lavora proprio lì, dove il gioco si stringe e la decisione non ha il tempo di essere perfetta, ma solo di essere presa. Allenare un portiere, in fondo, è questo: insegnargli a restare sospeso per il tempo giusto. Non troppo poco da non incidere. Non troppo a lungo da perdere il controllo. E quando torna giù, la cosa importante non è la spettacolarità del gesto, ma la solidità dell’atterraggio.

Daniel Matraszek non costruisce super eroi. Costruisce abitudini. E nel calcio, spesso, sono quelle che decidono se un portiere diventa un problema… o una soluzione.

Monday, 18 July 2022

Arthur Friedenreich: La prima Superstar del Futebol Brasileiro

Arthur Friedenreich non rappresenta solo una pagina gloriosa nella storia del calcio brasiliano, ma anche un'epica leggenda scritta con i suoi piedi. Il primo grande fuoriclasse del futebol brasileiro non si limitò a rivoluzionare lo stile di gioco: con i suoi 1.239 gol, Friedenreich divenne un mito vivente e un simbolo di eccellenza calcistica. Tra i numerosi soprannomi che guadagnò nel corso della sua carriera, i più celebri furono "El Tigre" e "O Rei do Futebol".

"El Tigre" gli fu attribuito per i suoi occhi chiari, che evocavano la ferocia e la determinazione di una tigre in campo, capace di segnare in qualsiasi situazione.

"O Rei do Futebol" (Il Re del Calcio) fu un titolo che sottolineava la sua supremazia e il ruolo fondamentale che ebbe nella creazione di un nuovo stile di gioco. Sebbene in seguito Pelé divenne noto come "O Rei", molti continuarono a considerare Friedenreich come il vero e originale "O Rei" del calcio.

Il 29 maggio 1919, la notte in cui il Brasile conquistò l’Americanino, l’odierna Coppa America, le strade di Rio de Janeiro esplosero in una celebrazione che segnava un cambiamento profondo e una liberazione collettiva. Per la prima volta, il Brasile aveva dominato un intero continente con uno stile inconfondibile, abbandonando le rigide regole del calcio britannico. Era nato il futebol brasileiro, un calcio che danzava e incantava, con Friedenreich come suo eroe.

Nato nel 1892 a São Paulo, da padre tedesco e madre afro-brasiliana, Friedenreich incarnava un Brasile multietnico e complesso. In un'epoca in cui il calcio era riservato alle élite bianche, lui, con la pelle scura e le radici miste, sfidava le barriere sociali e razziali. Giocava con una grazia senza precedenti, unendo tecnica, creatività e velocità in un modo che nessun europeo aveva immaginato.

Ma non era solo il suo stile a impressionare; erano i numeri che lo consacravano. Con 1.239 gol, Friedenreich non solo guidò il Brasile alla gloria continentale, ma segnò una svolta nella storia del calcio mondiale. Ogni gol rappresentava un passo verso un calcio più libero, creativo e brasiliano. Il suo gioco, influenzato dalle tradizioni culturali locali, divenne il modello per generazioni future dei calciatori verdeoro.

Friedenreich superò gli ostacoli imposti dal razzismo e dalle divisioni sociali, trasformando il calcio in uno strumento di inclusione che univa le diverse classi sociali e le etnie del Brasile. La sua popolarità e il suo successo prepararono il terreno per un calcio conosciuto e ammirato in tutto il mondo per la sua bellezza e il suo spirito.

In definitiva, Friedenreich non segnò solo la nascita di uno stile di gioco, ma creò una cultura calcistica che esalta l'inclusività, la creatività e il talento individuale. I suoi 1.239 gol non sono solo numeri, ma i segni di una rivoluzione che trasformò il calcio in Brasile e lo rese un fenomeno globale, capace di unire un'intera nazione sotto la bandiera del jogo bonito.

Sunday, 11 July 2021

EURO 2020: Giorgio Chiellini e la Maledizione di Kiricocho

Durante la finale degli Europei 2021, giocata a Wembley, Londra, tra Italia e Inghilterra, Giorgio Chiellini ha suscitato scalpore con una rivelazione sorprendente. L’italiano ha affermato di aver lanciato la famosa "maledizione di Kiricocho" su Bukayo Saka, uno dei principali protagonisti del match. Questo gesto, avvenuto durante i tesi calci di rigore che hanno portato l'Italia alla vittoria, ha riacceso l'interesse per una leggenda che affonda le radici nel calcio argentino. Ma chi era davvero Kiricocho e quale significato ha questa maledizione?

Il 11 luglio 2021, l’Italia ha affrontato l’Inghilterra nella finale del Campionato Europeo di calcio, tenutasi allo stadio di Wembley. La partita è stata un’emozionante battaglia che si è protratta fino ai calci di rigore dopo un pareggio 1-1 nei tempi regolamentari e supplementari. L’Italia ha prevalso negli shootout, con un risultato di 3-2, conquistando così il suo secondo titolo europeo.

Durante i rigori, Bukayo Saka, giovanissimo talento dell’Arsenal e della nazionale inglese, è stato uno dei tiratori. Il suo tentativo di calciare è stato parato dal portiere italiano Gianluigi Donnarumma, e la mancata realizzazione del rigore ha contribuito al successo finale dell’Italia. Questo episodio ha visto Giorgio Chiellini, capitano della squadra italiana, affermare di aver lanciato la maledizione di Kiricocho su Saka, un gesto che ha alimentato discussioni e speculazioni.

Ma chi era Kiricocho? La figura di Kiricocho è legata a una curiosa leggenda nel mondo del calcio argentino. Kiricocho era il soprannome di un tifoso appassionato di calcio, noto per la sua presunta capacità di “maledire” i calciatori avversari. Secondo la leggenda, Kiricocho avrebbe avuto il potere di influenzare negativamente le prestazioni dei giocatori avversari, portando sfortuna e fallimenti durante le partite.

La storia racconta che Kiricocho, il cui vero nome era Ricardo López, era un tifoso fanatico del Racing Club di Avellaneda. La sua fama di “maledittore” è diventata nota quando, durante una serie di partite, i giocatori avversari che erano stati oggetto delle sue maledizioni hanno avuto prestazioni disastrose. La fama di Kiricocho si è diffusa rapidamente, e la sua maledizione è diventata una sorta di mito urbano nel calcio argentino.

Il gesto di Giorgio Chiellini di evocare la maledizione di Kiricocho su Bukayo Saka è stato visto come un atto scaramantico. Chiellini, noto per la sua personalità battagliera e il suo spirito competitivo, ha voluto gufare contro l'avversario in un momento cruciale della partita, richiamando l’aneddoto legato alla leggenda di Kiricocho.

La rivelazione di Chiellini ha suscitato curiosità e discussioni sui social media e tra i tifosi di calcio, riportando alla luce la figura leggendaria di Kiricocho. Sebbene il gesto possa essere stato una provocazione scherzosa o una strategia psicologica, il racconto di Kiricocho continua a rappresentare un pezzo affascinante della cultura calcistica argentina ed internazionale.

In definitiva, la finale di Wembley del 2021 rimarrà nella memoria come una delle sfide più avvincenti e drammatiche nella storia degli Europei, e l’episodio della maledizione di Kiricocho aggiunge un ulteriore strato di leggenda e colore a una partita che ha scritto pagine importanti nella storia del calcio.

Tuesday, 1 December 2020

Zlatan Ibrahimovic: Ibracadabra

Ibra ha vinto tanto, ovunque abbia giocato. Una carriera straordinaria, tra goal e record, dimostrando di essere sicuramente un campione. Personaggio sopra le righe, irascibile, a volte scorretto, in grado di passare dalla Juventus all’Inter e poi al Milan in pochi anni. Un bad boy insomma, come lui stesso ama definirsi. Sono noti il suo infinito ego e la sua esuberanza, per raccontarlo, Ibracadabra, uno dei tanti soprannomi che gli sono stati affibbiati, abbiamo voluto riportare i suoi aforismi più memorabili che hanno segnato la sua carriera pallonara.

 

  •  "Io sono Zlatan. Voi chi diavolo siete?"
  •  "Io sono il più grande dopo Alì"
  •  "Chi compra Zlatan, compra una Ferrari"
  •  "La mia esperienza a Barcellona? È come comprarsi una Ferrari e guidarla come una Fiat"
  • "Non sono un tipico ragazzo svedese, ma ho messo la Svezia sulle cartine mondiali"
  • "Sono come il vino, più invecchio e più divento buono"
  •  "Ciao @Twitter. Per domani Zlatan ha bisogno di oltre 140 caratteri. Per favore, cambia le regole per Zlatan"
  • "Sono andato a sinistra e lui è venuto a marcarmi a sinistra, sono andato a destra e lo ha fatto anche lui. Poi sono andato ancora a sinistra e lui è andato a prendersi un hot dog"
  •  "Non sono violento, ma se fossi in Guardiola avrei paura"
  • Ad Ancelotti: "Credi in Gesù Cristo?". "Sì", rispose Carletto. "Allora credi in me, e rilassati"
  •  "Onyewu era una specie di armadio, sembrava un pugile da pesi massimi. Ma non mi ha battuto"
  • "Los Angeles, welcome to Zlatan"
  •  "Quello che Carew fa con un pallone, io posso farlo con un'arancia"
  •  “Ovunque vada, la gente mi riconosce, mi chiama per nome, fanno il tifo per me. Ma ci sono dei nomi che nessuno si prende cura di ricordare, dei nomi per cui nessuno fa il tifo: sono quelli degli 805 milioni di persone che, oggi, soffrono la fame nel mondo. Ho tifosi che mi sostengono in tutto il mondo. D'ora in avanti, vorrei che questo sostegno andasse alle persone che soffrono la fame, perché sono loro i veri campioni.”
  •  Alla domanda su chi vincerà gli spareggi per la Coppa del Mondo: "Solo Dio lo sa", replica alla quale il giornalista ironizza ("È un po' difficile chiedere a lui"). E Zlatan: "E perché? È qui davanti a te, adesso"
  • "Oggi è il compleanno di mia moglie. Quale regalo le ho fatto? Niente, ha già Zlatan no?"
  • "Sono andato in Inghilterra in sedia a rotelle, ma l’ho conquistata in tre mesi"
  • “Sono il settimo giocatore più forte del mondo. Forse tra dodici anni sarò il sesto.”
  • "Non posso che compiacermi di quanto sono perfetto"
  • "Io non ho bisogno dei media, sono i media che hanno bisogno di Zlatan"
  • A Stambouli: "Benji, cosa stanno dicendo? Io non sono il Re. Io sono Dio!"

  • “Io non accetto di perdere, non lo accetto proprio. L'ho imparato dalla vita. Per me contano la grinta e l'aggressivita, la determinazione e la concentrazione sui propri obiettivi. Io ho la missione di vincere.”
  • "Non ho bisogno del Pallone d'Oro per sentirmi il migliore"
  • "Uno Zlatan infortunato è un bel problema per qualunque squadra"
  • "Stiamo cercando un appartamento. Se non dovessimo trovare niente, probabilmente comprerò l'albergo"
  • “Senza ombra di dubbio è il Milan il club più grande in cui abbia mai giocato. Nel mondo tutti lo conoscono, ha una storia incredibilmente vincente. Si respirava un'aria di grandezza assoluta e la percepivi da tutti quei campioni di fama internazionale che affollavano il campo d'allenamento, qualcosa di veramente geniale.”
  • "Se avessi praticato professionalmente il taekwondo, avrei vinto l’oro alle Olimpiadi"
  • “Qui mi vogliono bene? Certo, ma non credo che possano rimpiazzare la Tour Eiffel con una mia statua... Nemmeno i dirigenti ce la possono fare. Ma se ce la facessero rimarrei qui, promesso.”
  • "Mi chiedi cosa sono questi graffi in faccia? Non lo so, dovresti chiederlo a tua moglie"
  • "C’è qualcosa tra me e Piqué? Vieni a casa mia e portami tua sorella"
  • “Zidane è di un altro pianeta. Quando lui entrava in campo gli altri dieci giocatori miglioravano improvvisamente. Semplicemente così.”
  • “Ho vinto 23 titoli, ho sempre dato il massimo per vincere quanto possibile. Certo, sarebbe bello vincere la Champions, ma se finissi la carriera senza sarei comunque felice e fiero di quanto fatto.”
  • “Un Mondiale senza di me è poca cosa, non c'è davvero nulla da guardare e non vale nemmeno la pena aspettarlo con ansia.”
  • "Se sono più slavo o svedese? Sono Zlatan"
  •  Wenger mi propose di andare a Londra per allenarmi con la squadra [l'Arsenal, n.d.r] e fargli vedere di cosa ero capace. Non ci potevo credere. La mia reazione è stata "Assolutamente no, Zlatan non fa provini". E così scelsi di andare all'Ajax.
  • “Voi parlate, io gioco.”
  •  "Il mio ruolo? Non saprei. Ne ho undici"
  •    “Calciamo via il coronavirus e vinciamo questa partita. E ricorda: se il virus non va da Zlatan, Zlatan va dal virus.”

Thursday, 1 October 2020

Forest Green Rovers: Green di nome e di fatto

Forest Green Rovers, football club fondato nel 1889 a Nailsworrth, milita nella League Two inglese ed è considerato il club più verde del mondo, non solo per i colori di maglia ma soprattutto per le sue politiche ecosostenibili.



Proprietari del club sono Dale Vince, un hippie, titolare della compagnia Ecotricity e il calciatore dell’Arsenal Héctor Bellerín. Quest’ultimo è diventato partner da settembre 2020. Dale Vince, invece, diventò proprietario nel 2010 e sotto la sua gestione, la società iniziò la sua trasformazione divenendo, nel 2015, il primo football club vegano nel mondo, servendo pietanze vegane non solo ai suoi atleti, collaboratori e dipendenti ma anche ai suoi tifosi all’interno del suo stadio.
 
Tra le diverse iniziative ecosostenibili ricordiamo la costruzione dei pannelli solari per l’illuminazione dello stadio, l’erba del campo innaffiata con acqua piovana e tagliata con robot alimentato a energia solare. Nel 2019 viene presentata la nuova maglia che al 50% è composta da bambù. Soluzione che tutela la natura, con riduzione dell’utilizzo della plastica.
 
Ed in conclusione il progetto più importante ed impegnativo: la costruzione del nuovo stadio, interamente ecosostenibile, con lo scopo di ridurre i danni collaterali all’ambiente. Il progetto del nuovo impianto sportivo è stato oggetto di un concorso internazionale tra diversi candidati, vinto dallo studio di Zaha Hadidi scomparsa nel marzo del 2016. I Forest Green Rovers hanno richiesto una visione olistica del sito di costruzione, in modo da conservare intatte tutte le sue qualità bucoliche, con l’aggiunta di nuove strutture per la città. Lo stadio sarà il fulcro di questo nuovo progetto, che mira a costruire uno spazio pubblico capace di contribuire alla vita della città sia attraverso i suoi usi ricreativi che mediante altri utilizzi professionali – non solo, dunque, durante i giorni delle partite, bensì in ogni giorno dell’anno.


Sarà l’unico stadio al mondo in legno, ad emissioni zero. L’impianto verrà realizzato a Stroud, 15 minuti da Nailsworth e costruirà l’epicentro di un grande eco parco di oltre 400 mila quadrati di verde. Il modello da cui prenderà spunto idealmente è quello dell‘Allianz Riviera di Nizza, impianto ecocompatibile inaugurato nel 2013. 


Ma laddove l’architetto Jean-Michel Wilmott per lo stadio francese aveva puntato tutto sulle tecnologie green e su materiali riciclabili, quelli di Zaha Hadidi Architects vogliono fare ancora di più. Idealmente, ogni singola parte dello stadio sarà essere realizzata per quanto possibile con del legno, dalla struttura portante fino al rivestimento esterno. Per diminuire al massimo l’impatto visivo dello stadio, la copertura del tetto sarà realizzata con una membrana trasparente: oltre ad ingentilire la struttura, questo accorgimento minimizzerà la presenza di ombre fastidiose sul campo da gioco.

Lo stadio dei Forest Green Rovers verrà costruito in due fasi: alla conclusione del primo step, i posti a sedere saranno 5.000, per arrivare poi a 10.000 a struttura ultimata. A completare l’intera opera ci saranno poi, oltre allo stadio, altri impianti sportivi, un parco tecnologico green dedicato al business, degli uffici, alcuni ristoranti, una riserva naturale ed un efficiente servizio di trasporto pubblico. Complessivamente, l’intero progetto dovrebbe costare circa 100 milioni di sterline. Come si chiamerà? Eco Park Stadium, of course!
 

Saturday, 1 August 2020

Le storiche maglie del calcio nostrano

Atalanta Bergamasca Calcio

Nel 1920 vengono adottati i colori nero, dalla maglia bianco-nera dell’Atalanta ed azzurro dalla maglia biancoblù della Bergamasca.


Società Sportiva Calcio Bari

L’originario Foot-Ball Club Bari portava la maglia rossa e pantaloncini bianchi e giocava contro i marinai inglesi al San Lorenzo, nel quartiere di San Pasquale.


Bologna Football Club 1909

Nel 1909, il capitano Arrigo Gradi andava agli allenamenti con la maglia a scacchi rossoblù del collegio svizzero di Rossbach: diventeranno i colori della squadra.


Brescia Calcio

La famosa "V" bianca sulla maglia si deve agli anni '40, quando fu introdotta per utilizzare i campi della Voluntas. In seguito fu riproposta e mantenuta come simbolo portafortuna.


Cagliari Calcio

Il color rosso e blù sono i colori della città e della provincia e sono pure riportati nei gonfaloni.


ACF Fiorentina

Dal bianco e rosso, colori della città di Firenze, per un lavaggio sbagliato nell’Arno, si arrivò al viola, che piacque subito ai tifosi e non venne mai più cambiato.


Genoa Cricket and Football Club

Il simbolo è un antico animale mitologico, il Grifone, un incrocio tra aquila e leone ed è il protettore della città di Genova e dei sui cittadini.


Football Club Internazionale Milano

Nerazzurri dal 1908 al 1928, quando l’Ambrosiana adotta il biancorosso crociato, colori di Milano, che poi sarà la maglia dell’anno del Centenario, il 2008.


Juventus Football Club

La maglia originale era rosa. L’inglese Savage aveva un amico di Nottingham tifoso del Derby County, maglia bianconera, e fornì le nuove, definitive, amate divise.


Società Sportiva Lazio

Il bianco ed il celeste furono scelti in omaggio allo stemma della nazionale Greca, patria delle Olimpiadi, al cui spirito i fondatori si erano rifatti. 


Associazione Calcio Milan

I colori del club furono scelti per rappresentare il fuoco dei diavoli milanisti, il rosso, e la paura degli avversari verso di loro, il nero.


Società Sportiva Calcio Napoli

Azzurri come lo stemma della citta di Napoli. Il primo simbolo fu il cavallo. Ma alla prima stagione arrivò ultimo. I tifosi sostituirono il cavallo con l’asino.


Parma Calcio 1913

Il Parma nacque grazie a Giuseppe Verdi ed a una sua celebrazione del 1913: il Verdi Football Club indossava una maglia bianca con una croce nera sul petto.


Palermo Football Club

Solo nel 1907 arrivano il rosa ed il nero, prima c’erano il rosso ed il blù. Il rosolio e l’amaro erano prodotti da Joseph Whitaker, con l’usanza da bere uno o l’altro dopo una vittoria ed una sconfitta.


Pordenone Calcio

I Ramarri scelsero il neroverde per il legame storico ed affettivo con Venezia. L’appellativo “Ramarri del Noncello” fu utilizzato per la prima volta nel 1962 da Gino Marchi, “Il Maestro”, prima penna sportiva della redazione pordenonese de “Il Gazzettino”.


Associazione Sportiva Roma

Il simbolo della squadra è la Lupa capitolina; la divisa con i colori del gonfalone cittadino, e rosso pompeiano bordata di giallo-arancio giallo-oro.


Unione Calcio Sampdoria

La fusione della Sampierdarenese e dell’Andrea Doria, portò alla particolare colorazione rossonero della prima con il biancoblù della seconda.


Torino Football Club

La prima divisa di gioco del Torino fu una casacca a righe verticali arancio e nere che si rifaceva a quelle usate dalle due società "progenitrici" del club, il Torinese e l'Internazionale Torino. Tale abbinamento non venne ritenuto appropriato essendo simile a quello degli Asburgo, nemici storici dei Savoia. Si optò per il granata. 


Udinese Calcio

I colori sono il bianco ed il nero quelli dello stemma della città di Udine, che appare come simbolo del club.

Monday, 20 January 2020

Argentina '78: Il Mistero dei Pali Neri

Il "Mistero dei Pali Neri" del Mondiale 1978 ha alimentato numerose teorie e speculazioni, fino a portare alla scoperta di una verità più profonda e significativa. 

Prima della rivelazione del significato simbolico dei pali neri, diverse teorie cercavano di spiegare la loro presenza:

- Effetto Ottico: alcuni ritenevano che i pali neri potessero confondere i portieri, specialmente nelle partite notturne, alterando la loro percezione visiva e rendendo più difficile per loro determinare con precisione la traiettoria della palla.

- Pressione Psicologica: la pressione psicologica sui portieri, sapendo che i pali neri potevano avere un impatto negativo sulla loro performance, avrebbe potuto influenzare negativamente la loro sicurezza e concentrazione durante le partite.

- Manipolazione del Torneo: in un contesto più ampio, alcuni suggerivano che l'adozione dei pali neri potesse essere parte di un piano per manipolare il torneo a favore dell'Argentina, anche se queste rimangono speculazioni senza prove concrete.

Dopo anni di dibattiti e indagini, è emerso che nel contesto della dittatura militare in Argentina, i pali neri sono stati una sorta di "fascia di lutto" per commemorare le vittime desaparecidas del regime, all'insaputa dei vertici della dittatura. La decisione di utilizzarli è stata un atto simbolico per ricordare le migliaia di persone scomparse durante il periodo della dittatura militare. 

I significati furono: 

- Commemorazione delle vittime: i pali neri sono stati visti come un simbolo di lutto per le vittime del regime, persone che furono arrestate, torturate e uccise in segreto senza mai essere ritrovate. Questo colore avrebbe rappresentato il dolore e la tragedia vissuta da tante famiglie argentine.

- Protesta silenziosa: i pali neri sono stati una forma di protesta silenziosa e simbolica all'interno di un contesto in cui l'espressione diretta del dissenso era pericolosa e severamente repressa. La scelta del colore dei pali fu una decisione intenzionale ma sottile, per onorare le vittime senza attirare l'attenzione del regime.

La rivelazione che i pali neri potessero rappresentare una fascia di lutto ha dato un nuovo significato alla controversia, spostando l'attenzione dalla speculazione sportiva a una riflessione più profonda sulle atrocità del periodo della dittatura. Questo ha permesso di comprendere come anche elementi apparentemente insignificanti in un evento sportivo possano avere un valore simbolico potente e un impatto storico significativo.

Il "Mistero dei Pali Neri" del Mondiale 1978 in Argentina non è più un enigma sportivo, ma ora è un vero simbolo di memoria e resistenza. Ci ricorda che lo sport, in determinati contesti, può riflettere e rispondere alle realtà politiche e sociali del suo tempo.

Thursday, 1 November 2018

Ivan "Ivica" Surjak: la porta di casa stregata

Correva la calda estate del 1982 e l’Udinese Calcio si coccolava il suo capitano Franco Causio fresco Campione del Mondo con l'Italia. Il Presidente Lamberto Mazza, con l’allora General Manager Francesco Dal Cin, lavoravano per trasformare una società di provincia che lottava per la salvezza in una squadra più blasonata.

Ingaggiarono dal Paris Saint Germain, Ivan "Ivica" Surjak, jugoslavo, mezzapunta estrosa, 191 cm di potenza, specialista nei calci piazzati. Con il club francese fece 33 presenze ed 11 reti.

Surjak in quella stagione collezionò un numero imprecisato di legni colpiti durante le partite casalinghe. Le porte di casa sembravano stregate. Oramai a stagione inoltrata, Enzo Ferrari, allenatore dei bianconeri, insospettito, chiese ad un suo assistente di verificare le dimensioni di quelle porte. Il responso fu tragicomico,  le porte erano basse di quasi 5 centimetri. Senza comunicarlo a nessuno con il rischio di essere penalizzati, misero le porte a norma. L’Udinese arrivò sesto in campionato, collezionando 6 vittorie, 20 pareggi e 4 sconfitte. Dal canto suo, Ivan terminò la stagione vestendo la casacca bianonera 29 volte e segnando 2 goal, uno solo su punizione.

La stagione seguente si accasò in Spagna ed a Udine arrivò Arthur Antunes Coimbra in arte Zico, il quale grazie alle porte regolamentari si confermò specialista delle punizioni, surclassando il suo sfortunato predecessore.